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Anche le idee sono giganti.
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Voglio stare scomoda

Questa newsletter te l'ha scritta Chiara

Sono giorni di mezzo in cui rovisto nell’armadio e butto via quello che non è più.
Nemmeno questa luce stellare riesce a illuminare il motivo per cui dovrei tenere questi vestiti e allora ciao.
Sono giorni di resa, in cui l’inverno tira le cuoia, per finta, poi torna, e alla fine sussurra alla primavera “Ok hai vinto tu, mi arrendo”.
 
Sono i giorni in cui ho voglia di iniziare un quaderno nuovo, di provare i primi asparagi, di comprare fiori rosa al mercato dei fiori rosa, anche se le gambe non sono ancora pronte per scoprirsi, ammiccano al plaid e a una tazza d’infuso alla menta.
Eppure vince la luce e lascio le finestre aperte e giro la pagina del calendario e inizio ancora una volta, oggi che è sabato, oggi che è già aprile.
 
Mi convinco che il lavoro grosso che sto rimandando da qualche settimana andrà bene anche se lo inizio domani e questa ansia che mi sale è solo la mia incapacità di gestire in pienezza gli spazi tra una pausa e l’altra, la mia incapacità di prendermi in giro fino in fondo, la mia parentesi di sregolatezza.
 
Sono giorni in cui conto perché ho voglia di contare, ma non lo so fare tanto bene, allora poi mando una mail a William e dico conta tu.

Sono giorni in cui cambio font ai miei documenti creando scompiglio nel perfezionismo di Will, progetto un nuovo taglio di capelli subito dopo aver fatto le foto di Brand, faccio il passaporto perché ho intenzione di andare anche se non so ancora bene né dove né quando.
 
Sono giorni di pasticci, leggerezza e promesse, di sogni a occhi spalancati su città che mi chiamano e ancora non so cosa rispondere.
Ho capito che io sono così, che non c’è mai troppo tempo tra quando decido di fare una cosa e quando la faccio.
Che mi trasformo spesso, che temo la noia, che anche se amo la primavera ho bisogno che ci siano tutte e 4 le stagioni, che nel cambiamento io trovo la mia unica certezza.
 
Sono cresciuta in quegli anni in cui era importante costruire radici e case, mettere su famiglia e fare figli, possibilmente più di due ma meno di cinque, trovare un posto fisso e fare carriera ma non troppa se sei una donna che poi chi cucina, tenere gli animali in giardino e non sul letto, stirare tutto comprese le mutande e i calzini.
 
È così che ho cambiato 6 case in 6 città, terminato un matrimonio, lasciato presto la famiglia comoda e accogliente, gli amici belli e rassicuranti, capito che non desideravo nessun figlio; sono una freelance fra mille partite IVA arrivate ai minimi (visto che questa newsletter la mandiamo al mattino presto, ti avviso che questo è un gioco di parole sottilissimo), ho due gatti che si contendono il ruolo di aureola sulla mia testa dormendo a turno sul mio cuscino, stiro una volta ogni tre mesi quello che proprio è impresentabile anche ai miei occhi e potrei continuare ancora per un po’.
 
Si vede che non sono figlia dei miei tempi ma figlia mia.
Ho scelto sempre la via contraria, quella più scomoda perché nella mia testa c’è sempre stato un motivo, te lo assicuro, per cui valesse la pena tutto questo sbattimento, e c’è ancora in tutte le scelte che faccio.
 
Voglio stare scomoda. E non è stato immediato capirlo. Non credo di averlo nemmeno accettato del tutto visto che ogni tanto ho dei rigurgiti e mi attacco alle cose e non alle esperienze.
Voglio avere qualcosa nelle mutande che mi punzecchi, che mi dia fastidio, che mi sproni a trovare altri modi in cui stare in equilibrio, nuovi, migliori o peggiori ma che mi facciano crescere.
 
E credo che non sia superficialità questa capacità di tagliare i ponti inaugurando stagioni di copiose potature, di innamorarmi di nuovo anche dopo storie molto impegnative, di perdonare sempre (più perché dimentico che per reale magnanimità) ma sia piuttosto un prendere a piene mani, senza risparmiarsi, maggiormente esposti e vulnerabili* ma più vivi.
 
Voglio ancora sporcarmi le mani senza pensare che poi me le pulirò, camminare al mio passo senza avere paura di rimanere indietro, amare senza che la possibilità di soffrire mi blocchi, esporre un’idea o un sentimento senza temere di risultare ridicola.
Coltivare sempre, spendere un seme in più invece che un seme in meno dove sento che c’è ancora terra buona, che tanto, quando non cresce più niente, anche il cielo lo sa e piove un po’ più in là.
 
Voglio stare scomoda, non ho fatto pace con niente e in fondo sono felice così.
 
[Finisco di scriverti mentre i pennarelli sono sparsi sul tavolo e sto scegliendo il colore giusto con cui appuntare un pensiero che prima o poi regalerò a voce alta e sarà bello stare a guardare la reazione di altri denti.]
 
 
 
*È un superpotere essere vulnerabili, Le luci della centrale elettrica, Qui.

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